Natasha Barrett – Toxic Colour

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CD – Persistence of Sound

Guidata da un’estetica sospesa tra suggestione e malinconia, Natasha Barrett raccoglie registrazioni effettuate con microfoni ambisonici 3D, sottoponendole a processi di decostruzione, trasformazione e ricomposizione in studio. Ne scaturiscono paesaggi sonori che non rimandano necessariamente ai luoghi originari. Piuttosto, queste composizioni si presentano come narrazioni, talvolta distopiche e pervase da una fragile bellezza, idealmente proiettate verso il futuro. L’album si apre con “Impossible Moments from Venice 3: The Other Side of the Lagoon”. Qui il contrasto è tra la superficie della laguna e ciò che si cela sotto di essa: l’acqua e i suoni della vita quotidiana vengono presto sovrastati da rumori più invadenti, come i motori delle imbarcazioni, che incrinano l’equilibrio e suggeriscono una dimensione instabile. Con “Glass Eye” l’attenzione si sposta sul tema della sorveglianza. Voci di protesta, slogan e frammenti vocali vengono manipolati fino a dissolversi in texture impersonali, perdendo ogni forza semantica e trasformandosi in materia sonora neutra, segno di un controllo che svuota il contenuto originario. “Ghosts of the Children” accentua il carattere perturbante: atmosfere sospese, presenze residue ed echi evanescenti costruiscono una trama fragile, che rimanda a memorie cancellate o mai pienamente affiorate. Con “The Swifts of Pesaro” si apre uno spazio più arioso. I richiami dei rondoni, trasformati in tessiture elettroacustiche, offrono un momento di sospensione, un frammento vitale che sembra contrastare, anche solo temporaneamente, il paesaggio sonoro teso dei brani precedenti. La chiusura è affidata a “Toxic Colour”, la composizione più lunga e abrasiva, in cui suoni naturali come l’acqua o il ronzio di insetti assumono connotazioni disturbanti, deformate fino a evocare un ambiente contaminato. La natura diventa qui il segno di un futuro degradato, possibile conseguenza delle trasformazioni in atto. Nel complesso, il lavoro si configura come una riflessione critica sul rapporto tra uomo, ambiente e tecnologia. Barrett non documenta i luoghi da cui trae le sue registrazioni, ma li reinventa in una prospettiva che mette in evidenza le tensioni sociali ed ecologiche del presente. La sua ricerca mostra come il suono, manipolato e ricomposto, possa assumere la funzione di racconto e di commento, restituendo all’ascolto un paesaggio immaginario che interroga tanto la percezione del reale quanto le sue possibili derive. L’album invita a considerare il suono come strumento di analisi e interpretazione del mondo contemporaneo, capace di mettere in luce relazioni, conflitti e vulnerabilità. In questo senso, la musica di Barrett non si limita a raccontare, ma propone un confronto con ciò che il presente e il futuro ci riservano, sospendendo l’ascoltatore tra osservazione e riflessione.

 

Natasha Barrett – Toxic Colour