Gilles Aubry – L’Makina

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LP – Corvo

L’Makina di Gilles Aubry riprende il titolo di una canzone degli anni Trenta del celebre musicista L’Haj Belaid, dedicata a uno dei nuovi media dell’epoca: il fonografo. Come accade spesso nella storia della musica, l’arrivo di strumenti e formati inediti suscitò diffidenze sia tra gli artisti sia tra il pubblico. Belaid colse presto che quella macchina, simbolo della modernità, poteva arrivare a sostituire il musicista stesso, anticipando riflessioni oggi attualissime sul rapporto tra uomo e tecnologia, fino all’intelligenza artificiale e al machine learning. Aubry, attualizzando quelle suggestioni, utilizza suoni generati attraverso un algoritmo di analisi timbrica basato su machine learning (RAVE), elaborando registrazioni di strumenti rwais della tradizione marocchina come dati di input. Il risultato è un progetto che mette in dialogo la memoria sonora dei repertori popolari con la produzione sintetica della macchina, sottolineando tanto le possibilità quanto i limiti di un’intelligenza artificiale incapace di cogliere la dimensione sociale ed etica della musica. L’opera, pubblicata da Corvo Records, vede la partecipazione di Ali Faiq alla voce e di Idr Bazrou al lotar e al rebab, strumenti cardine della tradizione rwais. In questo intreccio, la tecnologia non si sostituisce alla pratica musicale ma ne diventa un interlocutore critico, aprendo domande sulla natura della creatività condivisa tra umano e non-umano. Il disco si articola in due lunghe sezioni. “L’Makina – Part 1” (17:39) si sviluppa su un tessuto sonoro rarefatto, quasi siderale, dove i frammenti di strumenti tradizionali appaiono trasformati e ricontestualizzati. I bordoni elettronici e i tagli granulari creano un senso di sospensione, mentre voci e corde emergono come echi lontani, in un continuo slittamento tra presenza e assenza. La struttura non segue climax evidenti, ma accumuli graduali di densità, come se la macchina stessa respirasse, mettendo in discussione l’idea di linearità narrativa. “L’Makina – Part 2” (16:19) mantiene un carattere affine, ma esplora dinamiche più accentuate. Le tessiture elettroniche si fanno stratificate, con riverberi metallici e pulsazioni profonde che evocano scenari cosmici. Anche qui voce e strumenti tradizionali non compaiono come citazioni dirette, bensì come materiale ricomposto dall’algoritmo, che ne ridisegna le qualità timbriche in modo imprevedibile. L’impressione è quella di un ambiente in mutazione continua, coerente pur nella fluidità, non un esercizio di sound design, ma una riflessione a più strati: sulla memoria culturale, sui limiti e le potenzialità della macchina. Aubry propone un dialogo complesso, in cui la distanza tra il fonografo di Belaid e gli algoritmi odierni sembra annullarsi in un unico interrogativo: cosa resta dell’umano quando la macchina ne prende la voce?

 

Gilles Aubry – L’Makina