Mark Harwood – Two Actors

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CD – Penultimate Press

Le due voci iniziali di “The Fly Abstracted Death” dialogano fra loro sopra un intreccio pianistico solo in apparenza disarticolato, solenne e un poco sghembo, che accompagna un altrettanto eccentrico video in bianco e nero popolato da insetti in volo e da una mano femminile che entra ed esce dall’inquadratura. L’impressione è di qualcosa che sfugge a una definizione stabile, come se ogni gesto sonoro aprisse una stanza diversa, con pareti che respirano e corridoi che si allungano senza preavviso. Nelle altre partiture le voci spesso si riducono a borbottii, esitazioni, piccoli inciampi, inseriti in un collage difficilmente decifrabile e vagamente spettrale di canzoni, field recording ed echi algoritmici. Ne emerge una sorta di dialogo senza copione, sospeso fra ironia, mistero, improvvisi toni operistici e un’inquietudine che serpeggia sotto la superficie. Gli “attori” evocati dal titolo sembrano moltiplicarsi e cambiare maschera: ora sinceri, ora beffardi, altre volte quasi giornalistici o teatrali, come se Harwood lasciasse che diverse voci – umane, artificiali o forse immaginarie – si contendessero lo spazio della scena, intrecciandosi e sfuggendo allo stesso tempo, con slanci improvvisi o pause meditative che dilatano il tempo sonoro. Le composizioni mantengono comunque un’ossatura sorprendentemente solida: qua e là affiorano strutture quasi pop o architetture più classiche, subito però deformate da intrusioni sonore, deviazioni e scarti improvvisi. È come se una forma riconoscibile provasse di continuo a emergere dal flusso, per poi essere deviata altrove da qualche presenza laterale, da un rumore inatteso o da un frammento vocale che cambia improvvisamente il tono della narrazione. Il risultato è un teatro sonoro in bilico tra ordine e disordine, dove momenti di candore inatteso convivono con derive più assurde, con lampi di straniamento e pulsazioni sottili che rendono l’ascolto sempre nuovo e sorprendente. Two Actors procede così come una passeggiata attraverso ambienti sconosciuti, dove ogni porta lascia intravedere storie e microcosmi differenti. Non sempre si capisce chi stia parlando, né se lo faccia sul serio o con un sorriso sibillino. A tratti sembra di assistere a un monologo che si sdoppia, altre volte a un dialogo fra entità che non coincidono del tutto con la voce umana: presenze che appaiono e scompaiono, lasciando tracce effimere dietro di sé, e invitando l’ascoltatore a muoversi con cautela, come in un labirinto acustico. Ma è proprio questa ambiguità – fragile, strana, a tratti sorprendentemente tenera – a rendere particolarmente affascinante il lavoro di Mark Harwood, capace di costruire un piccolo teatro dell’ascolto dove lo spaesamento, il gioco e una curiosa forma di intimità finiscono per convivere senza mai trovare una soluzione definitiva.

 

Mark Harwood – Two Actors