Deep Hysteria, AI is an old sexist

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Per molti secoli l’isteria (termine che deriva dal greco hysteron, utero) è stata considerata una patologia, riscontrata da una diagnosi medica e mentale, alla quale ricondurre un vastissimo numero di squilibri femminili; il presupposto scientifico (o finto tale) si basava sul considerare una predisposizione femminile innata verso uno stato emotivo instabile, ansioso e nervoso. Sebbene negli anni ‘80 questa diagnosi sia stata ufficialmente disconosciuta, il concetto di “isteria” è tenacemente rimasto in voga, e gli stereotipi che vedono le donne nervose, paurose e incerte continuano ad influenzare il modo in cui esse vengono percepite e trattate. L’artista Amy Alexander, che nel corso della sua carriera ha evidenziato le fragilità dei confini tra i media e la realtà circostante, affronta la pigrizia mentale, madre dei pregiudizi, nella sua versione implementata nelle intelligenze artificiali. L’opera Deep Hysteria è una raccolta di ritratti di persone inesistenti, bensì gemelli generati attraverso machine learning addestrato su fotogrammi di ignari Youtuber e vlogger di scarso successo. I modelli generati e declinati a seconda del genere e dell’espressione, vengono successivamente letti da un altro software che ha il compito di interpretarli in maniera dettagliata in base all’espressione facciale riconosciuta. Dal momento che questi algoritmi vengono a loro volta addestrati su dati scelti e strutturati da persone umane, ne riflettono inevitabilmente gli stessi pregiudizi. Per cui davanti ad un’espressione praticamente neutra, le figure gemelle femminili, rispetto alle maschili, vengono maggiormente interpretate come disgustate, infelici, incerte, spaventate o con svariati simili stati d’animo, ben lontani dall’interpretazione delle quasi identiche figure maschili quasi unilateralmente giudicate stato di calma. In questi risultati estetici e politici della sua ricerca, l’artista evidenzia non solo i limiti (e le potenzialità) delle AI ma il loro legame indissolubile con i limiti profondamente radicati nella nostra cultura. Benedetta Sabatini

 

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