Mark Vernon – The Dramaturgy of Decay

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LP – Futura Resistenza

Sono sequenze piuttosto cupe, eteree e spettrali quelle che in “A Wrong Turn Towards Eternity” – una lunga suite di oltre dieci minuti – c’introducono a questa ultima prova di Mark Vernon, artista sonoro di Glasgow avvezzo ad una sorta di audio-archeologia caratterizzata dall’uso e abuso di nastri ritrovati, registrazioni casalinghe e frammenti di voci, unitamente a suoni ambientali che danno vita a un paesaggio sonoro della memoria piuttosto conturbante, inquieto e fascinoso. È l’urgente poesia del quotidiano, insomma, che perennemente ritorna nell’arte e in musica, a ricordarci adesso che anche le tecnologie – ad esempio tutto quello che afferisce alla registrazione dei suoni – hanno a che fare con la percezione e modellano impalpabilmente le emozioni, trasformando di fatto il nostro stare al mondo. In The Dramaturgy of Decay sono apparecchiati ad arte messaggi lasciati nelle segreterie telefoniche, audio-epistole, voci distorte, registrazioni di risate e applausi, strumenti suonati in maniera amatoriale e canti altrettanto casalinghi, tutti elementi che vengono manipolati e riassemblati, rallentati o velocizzati, decostruiti utilizzando quindi molteplici procedimenti e passando in maniera intermittente da un registro familiare ad uno – al contrario – allucinatorio. “Tutti gli uomini hanno una segreta attrazione per le rovine” scriveva Chateaubriand e questo fascino che è alla base dell’estetica del sublime si tinge adesso anche di pulsazioni retrofuture o se preferite di un’assenza di tempo, perché in fondo questa scomparsa non è mai chiaro quando avvenga: se si compie durante il processo compositivo dell’artista o sia già un fatto acquisito, oppure – in maniera ancora più suggestiva – abbia luogo durante il processo di ascolto. Un profondo sentimento di melanconia pervade compiutamente le sette tracce che compongono l’album, allo stesso tempo paradiso e tomba, città e deserto, dove il senso di caducità è implicito e si lavora per sottrazione, erosione e taglio. All’idea apollinea dell’unità classica il decadimento contrappone quella dionisiaca della frammentazione: “quello che resta” – il suo immaginario – diventa il motore costante di una sorta di abbandono fantastico e di una nuova poetica, anche questa impermanente, che si modifica continuamente nel tempo ed è soggetta ad evoluzione e poi a distruzione.

 

Mark Vernon – The Dramaturgy of Decay