Make

Le più seguite riviste per ‘hacker’ (come ’2600′ o ‘Blacklisted 411′) hanno storicamente portato le innovative e spesso geniali tecniche di manipolazione dei sistemi elettronici all’attenzione pubblica, emergendo da un underground al quale sono rimaste salutariamente legate, esperimendone così il meglio da un punto di vista tecnico ed etico. Ma questa eredità culturale ha costituito anche uno dei maggiori limiti ad un espansione dei contenuti che andasse oltre la creazione di codice dalle potenzialità inaspettate, limitando il pubblico, e quindi i possibili nuovi adepti, a cultori informatici non certo di primo pelo. Al contrario questa rivista non si presenta certo come una fanzine, ma patinata e a colori, e non richiede il background software e hardware delle succitate riviste, ma si rivolge e quei ‘power user’ che sanno anche usare cacciavite, seghetto, martello e saldatore. L’hacking del ‘fare’, quindi legato non solo alla tecnologia, ma al più ampio approccio dell’usare strumenti per fini non previsti così come dell’autocostruirsi con mezzi poveri versioni efficienti di macchinari molto costosi, o più in generale del trovare soluzioni creative a problemi apparentemente insormontabili. A questo è dedicato Make, un progetto che ha fra i pochi dogmi quello di tenere la mente sempre aperta, accogliendo al suo interno contenuti che potrebbero interessare tanto un perito industriale quanto un critico d’arte. A condurre questa scommessa editoriale Mark Fraeunfelder (direttore di Boing Boing, periodico stampato negli anni novanta e blog di successo ora, e associate editor dei primi anni di Wired) che, con l’attitudine dimostrata da tempi non sospetti, raccoglie le sfide degli amatori tecnologicamente consci per decodificare i personal e social media che ci circondano.