Electrohype 2010 – Report da Ystad (Sweden)

Electrohype 2010

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Dopo un’ affascinante tempesta di neve, la sesta edizione della biennale di arte elettronica Electrohype, è stata inaugurata presso l’Art Museum di Ystad Ystad (Svezia). Punto di riferimento nei paesi scandinavi, Electrohype è attiva dal 2000. Il tema di questa edizione è stato “objects”, e in qualche modo ogni opera esposta è riuscita a fare riferimento a questa categoria. Curata dai fondatori di Electrohype, Anna Kindvall e Lars Gustav Midbøe, la mostra si è sviluppata sui due piani dell’Art Museum, infiltrandosi nella sua stessa collezione.
Per esempio, sei Apple Macintosh Classic II che eseguono lo storico lavoro di David Rokeby “Liquid Language” erano sparsi in stanze diverse, a volte soli, a volte circondati da dipinti o sculture. Il lavoro è un vecchio Hypercard stack con un ipertesto che viene visualizzato e poi scompare rapidamente, derivato da dialoghi che l’autore ha intrattenuto con un caro amico che aveva subito una tragica perdita. I collegamenti ipertestuali all’interno sono sempre legati a 3 altri testi, che muovono il testo verso le nozioni del ricordare, dimenticare e sognare. Il risultante flusso è molto liquido e fluttuante. Fa parte della mostra anche uno straordinario oggetto costruito da Serina Erfjord. Il suo “Normal.Blue” è formato da un’ampia antenna satellitare trasparente, simile ad un gigante piatto, riempita di pesante pittura ad olio di colore blu. Il piatto gira lentamente in modo che la gravità costringe il liquido a spargersi senza però sgocciolare mai. La (chiara) superficie concava riflette l’ambiente circostante, mentre il lento movimento della vernice blu indotto dalla gravità ipnotizza lo spettatore.
I Boredomresearch hanno prodotto una serie di oggetti-software autonomi in passato, con colorate forme di vita digitale che di solito coinvolgono lo spettatore in modo attivo. Questo è ancora una volta il caso di “Lost Calls of Cloud Mountain Whirligigs” dove alcune “Whirligigs” (cioè girandole) nascono e poi muoiono, cinguettando delicate, malinconiche e astratte canzoni, vivendo velocemente cicli giorno/notte all’interno di due cornici bianche che appaiono come piccole finestre su questo mondo artificiale.
È meno facile definire con chiarezza l’”oggetto” in un lavoro come “Karat” di Sion Jeong. Questa installazione (di audio e luce) è composta da nove sfere a forma di lacrima in cui crescono dei cristalli. La luce incandescente (andando lentamente ad intermittenza da un intensa illuminazione al buio e viceversa) rende il lavoro metaforicamente “respirante”, come un sistema organico, ma senza una chiara definizione tra i singoli elementi come autonomi o interdipendenti.
“Oggetto” può anche essere un termine riduttivo per descrivere “Epiphora” di Yunchul Kim, in cui organi cinetici sono pieni di un pulsante fluido nero magnetico. Questo complesso sistema regisce generando campi elettromagnetici in un processo che coinvolge gli elementi che lo compongono in una oscura simbiosi che lascia gli osservatori attoniti, a chiedersi come funzioni il tutto.
“Mandalas in series Blue Decline” di Diane Landry è una scultura di luce. Utilizzando bottiglie di plastica usa e getta in una composizione a fiore che si muove meccanicamente su un asse, l’artista crea letteralmente una incantevole mandala di luce che diventa oggetto di contemplazione. Un atteggiamento diverso nei confronti della composizione è invece dimostrato da Enrique Radigales. Il suo “Frieze” è un insieme di sei blocchi di pietra nera Calatorao, un tipo di calcare tipico della regione di provenienza dell’artista (Valdejalón , Spagna). Egli ha manualmente scolpito nella pietra i tasti “S”, “P”, “E”, “C”, “T”, “R”, “U” e “M” ispirato dalla tastiera del nero computer anni ottanta ZX Spectrum. Questa rovina contemporanea evocativa, nella forma di un fregio, è paradossalmente molto più solida e resistente alla obsolescenza, dell’oggetto originale da cui è stata ispirata.
Era anche presente con due opere il celebre artista canadese Norman T Bianco: “The Music Lesson”, una piccola gabbia con disegni di farfalle intrappolate e un nastro in loop di una lezione di musica per pianoforte per ragazzini di sette anni, (metaforicamente intrappolati nella lezione come le falene lo sono nella gabbia), e “Bellevue”, un dipinto classico che nasconde un meccanismo ad attivazione automatica casuale che apre meccanicamente un piccolo foro nella tela, rivelando uno sguardo minaccioso che fissa maliziosamente lo spettatore. Entrambe le opere sono il genere di oggetti facilmente fruibili in un museo d’arte contemporanea, ma contengono dei meccanismi che li rendono diversi e trasformano la fruizione di classiche opere per casuali spettatori in un’esperienza completamente diversa.
In tema di oggetti nascosti: può una piccola scatola contenere un mondo intero? “Procedural Flat v 2.0″ di Nikki Koole è abbastanza vicino a raggiungere questa impresa. Su uno schermo grande come un computer portatile, incapsulato in una scatola bianca, circa 250 abitanti (generati proceduralmente) popolano un blocco di abitazioni. Questo sistema si comporta in modo autonomo, e può essere visto come una piccola finestra su una specie di formicaio 8-bit che motiva il nostro voyeurismo.
Sul lato opposto della sala espositiva dove era posizionata questa scatola bianca era situata una controparte simile ma nera. “A Tool to Deceive and Slaughter”
di Caleb Larsen è, infatti, un cubo nero lucido, di otto pollici di altezza, con un microcontrollore e un adattatore Ethernet nascosti all’interno e con due cavi che rispettivamente collegano l’oggetto alla corrente elettrica e ad Internet. Il software che controlla il cubo è in vendita su Ebay. Se viene venduto, i curatori devono imballare e spedire il cubo al compratore (e questo è specificato esplicitamente sul contratto di esposizione delle opere d’arte), e l’acquirente è obbligato a collegarlo a Internet, in modo che il cubo possa essere messo in vendita di nuovo. Se il contratto non viene rispettato, l’oggetto non viene più riconosciuto dall’artista. Speculare rispetto alle regole e usi del mercato dell’arte, questo lavoro rappresenta il supremo “oggetto d’arte”, che attraverso la sua tecnologia interna, è autonomamente in grado di spostarsi da una proprietà all’altra. Questo percorso potenzialmente infinito lo rende indipendente, impossibile da possedere e difficile da esporre, anche se è un fisico semplice “oggetto”. E questo oggetto, la sua condivisione di una qualità “dal vivo” insieme a tutte le altre opere visualizzate, rappresenta perfettamente il tipo di seducente arte computer-based che Electrohype ha esposto per più di un decennio.