ISEA2010 RUHR report

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L’edizione 2010 del già “nomade”, ISEA (International Symposium on Electronic Art) è stata quest’anno ancora più itinerante, essendo un percorso attraverso tre città: Essen, Dortmund (dove si sono svolte le attività principali) e Duisburg. Tutte città della regione della Ruhr in Germania, quest’anno Capitale Europea della Cultura. Con il marchio dei direttori artistici Andreas Broeckmann e Stefan Riekeles, ISEA 2010 è stato ricco di contenuti, con una partecipazione internazionale di primo piano e un programma denso di eventi. Sono emerse anche alcune caratteristiche in comune con il festival Transmediale del passato, come ad esempio la promozione della collaborazione internazionale che generi risultati eccellenti, o il sostegno ai sistemi open source (in questo caso attraverso la commissione di uno strumento ad hoc per il consueto peer review, sviluppato dall’artista e sviluppatore Micz Flor).
Sebbene ci sia stata una chiara transizione dalla conferenza accademica che è stata fino a pochi anni fa ha, ad una atmosfera più vicina a quella di un festival, le conferenze rimangono la base di ISEA. Tra le sessioni come al solito multiple (fino a sette in parallelo) ce ne sono state un bel po’ che sfidavano i classici metodi di presentazione accademica (lettura del paper e diapositive).
L’enorme e affollato “Latin American Forum”, per esempio, è stato illuminante riguardo al tema delle forze culturali molto diverse fra loro, che stanno rendendo questa zona eterogenea uno delle più interessanti. A partire dal saggio suggerimento dato da Siegfried Zielinski (“developing a non-unifying perspective””) diversi protagonisti, come lo storico (ironico) net.artist Brian Mackern (“net.art is not dead it is just smelling funny”), o Giselle Beiguelman (Istituto Sergio Motta), hanno illustrato le contraddizioni uniche emerse dalle iniziative emergenti in Brasile. Come le piattaforme di condivisione musicale peer-to-peer in crescente sviluppo, il riciclaggio di hardware, il software libero e il lavoro degli artisti che riflettono su tali argomenti. Josè Carlos Mariategui e Victoria Messi hanno dato un’ulteriore intrigante prospettiva con il loro ampio progetto di ricerca dal titolo “Insulare Divergentes”. Al di là di sottolineare i molti e differenti scenari, hanno spiegato come spesso i collegamenti e le collaborazioni sono stabilite maggiormente sulla base della vicinanza di “tema”, tra un paese all’altro, più che su quella geografica, tra persone all’interno della stessa area, una tendenza che il duo ha chiamato “Insular Areas of Creation”. Il forum è durato due giorni.
Spingere la collaborazione al di là dell’isolamento e della dipendenza dai social network è stato l’obiettivo di un altro panel sperimentale. In “Really Existing Social Media”, Rui Guerra ha inventato un “lap-talk”: essenzialmente una tecnologia LAN-based che ha permesso agli speaker di allontanarsi dal solito schema intervento con slide e video proiettore, permettendo ad ogni membro del pubblico di visualizzare diapositive e video sul proprio laptop. Il pubblico è stato così “costretto” a condividere gli schermi dei computer e quindi a socializzare, un’esperienza che ha rafforzato l’approccio critico ai mezzi di comunicazione sociale sostenuto dai diversi panelist. Utilizzando un approccio completamente diverso un altro panel focalizzato sullo spam (“Press Delete”), ha ospitato il controverso musicista sperimentale Goodiepal, che ha eseguito la sua performance durante la conferenza con diversi livelli di volume, mentre gli speaker hanno presentato i loro interventi, creando un rumore di fondo piuttosto impegnativo.
In generale, “la scienza” come categoria sembra essere più che mai al centro del discorso sul Digitale. E ‘stato significativo, quindi, che Lioudmila Vorop nel suo intervento “Media Art and Its Theories from “New Avant Garde” to “Science-Brut”, abbia provocatoriamente affermato che “l’artista è oggi uno scienziato per hobby”, scuotendo le coscienze di molti artisti e critici in ascolto. Questa provocazione ha generato molte domande su argomenti comuni come i finanziamenti, la dipendenza dall’industria, o il ruolo dell’artista nella scienza/tecnologia. Queste domande sono (eticamente e pragmaticamente) mai risolte, ma alla luce di alcune dichiarazioni provocatorie sono state almeno decisamente rinfrescate.
Oltre ai panels, le sessioni di Keynote hanno ospitato una serie di celebri studiosi che sono stati prevedibilmente imprevedibili. Deludente la lezione del direttore dello ZKM Peter Weibel su uno dei suoi temi preferiti (la neuro-estetica), mentre Margaret Morse, nonostante il suo interessante background, è riuscita a perdersi in alcuni concetti banali. E’ stato di Roy Ascott il discorso più interessante, con alcune rischiose previsioni come ad esempio: “ciò che si realizza ora nel cyberspazio sarà realizzato nel nanospazio”. Ha ripercorso piacevolmente la sua carriera degli ultimi cinquanta anni, rimarcando il concetto di “sincretismo” e ricordandoci che “If you do play the game, the systems are”.
Molte mostre sono state aperte prima e durante il simposio. “Trust”, una delle due principali, è stata ospitata presso il nuovo museo U Dortmunder (una vecchia fabbrica di birra ristrutturata) e curata dai due direttori artistici (A. Broeckmann sarà anche il direttore del museo). In diverse opere la “fiducia” dello spettatore è stata messa in discussione e contestata. “Rota” di Carsten Nicolai, per esempio, una gigante “macchina dei sogni” d’acciaio rotante, è ben fatta, e riflette in modo efficace le proporzioni della macchina originale di Ian Sommerville. Il video “Lonely Record Sessions” di Joan Leandre è stato abilmente montato, anche se non è chiaro se attraverso manipolazioni di codice o con un editing video. La lapide di Konrad Becker (“Trusted Realities”) ci ha ricordato che, se ci fidiamo o domandiamo ai nostri stessi occhi e correliamo i linguaggi, siamo in grado di guardare la realtà da molte e nuove angolazioni. Prospettive multiple di tempo, spazio e percezione sono messe in luce da “Desire of Codes” di Seiko Mikami (in Neural # 36). Interessante che il concetto di “fiducia” sia stato perfettamente incarnato da una discussione nel corso di un panel sul codice (Coded Art) dove gli astratti “Microcodes” di Pall Thayer, in cui il suo collega Lon Dubinsky ha dovuto “credere” (più che interpretare, all’inizio), ha facilitato una discussione sul codice e il linguaggio nel suo ruolo estetico e funzionale, dando un nuovo senso ai termini.
La seconda grande mostra è stata ISEA2010 Ruhr, le cui opere sono state selezionate da una giuria internazionale. Qui i “processi”, in particolare quelli scientifici, sono al centro della maggior parte delle opere. Alcune spettacolari e toccanti, come “Permafrost” di Aernoudt Jacobs, un’enorme, delicata scultura dedicata al suono dell’acqua che si ghiaccia, o “Epiphora” di Yunchul Kim (“pianto inarrestabile”), dove due organi robotici di vetro si contagiano continuamente l’uno con l’altro scambiandosi gocce di un liquido elettromagnetico nero e trasparente.
In “Transducers” di Verena Friedrich capelli umani donati ad hoc sono stati posizionati in tubi di vetro, e le vibrazioni indotte sono state poi trasformate in suoni unici. Un altro notevole lavoro è stato “0.16” di Aram Bartholl, una semplice installazione di luce tradotta in pixel, che descrive il reale in termini astratti.
Della mostra ISEA 2010 Ruhr faceva parte anche “Exchange Emergences” (una vetrina comune di Coded Culture e Japan Media Arts Festival), che includeva l’irresistibile “Braun Tube Jazz Band”, una performance di EiWada, che utilizza televisori a tubo Braun come percussioni. L’artista batte con le mani sui televisori (che fungevano anche da antenne), producendo un breve ma fisicamente molto intenso atto musicale a raggi catodici.
Nell’enorme, distante spazio della Phoenix Halle (lo spazio espositivo del Hartware Medien Kunst Verein), solo per i più ostinati è stato possibile godere dell’unica “Arctic Perspective”, una mostra che documenta un lavoro e un sistema di abitazioni mobili, che può essere utilizzato per lavori media-based. Curata da Inke Arns, Matthew Biederman e Marko Peljhan è stato il risultato di una fruttuosa cooperazione internazionale e impostato come un percorso affascinante tra geopolitica, tecnologia e paesaggio.
Altre due mostre ospitano i lavori da due ben conosciute accademie d’arte tedesche. “Heavy Matter” con le opere della Academy of Media Arts di Colonia. Tra le opere in mostra: “16 Minds” di Theresa Krause, una performance in cui un computer pone delle domande reali ad umani i cui avatar di Second Life rispondono (a pagamento), e “Beta Happiness” di Wonbaek Shin, un’installazione sonora reattiva che trasforma i rumori circostanti in suoni simili ad un carillon, attraverso bacchette di vetro. In un luogo più piccolo, “Agenten 2.0″ ha mostrato alcune opere di studenti dell’Accademia Offenbach di Arte e Design. Notevoli opere tra cui “Kopierfehler” di Hye Joo Jun, che consisteva in brevi messaggi evocativi micro-stampati su fogli di carta bianca A4, lasciati poi per essere utilizzati da altri, e “Up in smoke” di Sandra Daniela Heinz, una “translation machine” che traduce qualsiasi messaggio in segnali di fumo in codice Morse. L’e-culture fair è stata anche una vetrina ben selezionata e interessante per progetti provenienti da Paesi Bassi, Belgio (favoriti da Virtueel Platform e BAM) e Ruhr.
Il “Suono” è diventato una categoria rilevante per ISEA nel complesso, a cominciare da panel come “Sonic Strategies” (dove si è spontaneamente attivato un classico dibattito sulle differenze tra “audification” e “sonification”) e un programma di serate musicali, ospitato nel grande Konzerthouse. Al di là dei più famosi (Asmus Tietchens, Thomas Köner, Mudboy, Fennesz …), il set più toccante è stato interpretato da Hildur Guonadóttir e Keiichiro Shibuja, prima suonatrice del “halldorophone” (un violoncello modificato elettroacusticamente) ha poi registrato e manipolato suoni dal pianoforte suonato (da lei stessa) dal vivo. Il programma musicale è stato completato da un ricco calendario internazionale al club Domicil con One Man Nation, Tarek Atoui e l’evento molto popolare “Festicumex”.
Oltre alla possibilità di apprezzare il nuovo museo della U Dortmunder (i soli ospiti di ISEA hanno avuto la possibilità di vederlo ancora in costruzione) e la HMKV, è stato tangibile il collegamento dell’intera manifestazione con le istituzioni locali e i luoghi. Si spera che l’influenza di questa edizione ISEA germoglierà in progetti locali nei prossimi anni, costituendo una nuova piattaforma di riferimento che influenzi lo sviluppo del territorio e contribuisca al dibattito internazionale. Con il prossimo ISEA in programma a Istanbul per il 2011, poi ad Albuquerque nel 2012 (e un’offerta per Sydney 2013), il simposio non sembra aver sofferto il passaggio dalla programmazione biennale a quella annuale, avendo invece beneficiato dal crescente impegno degli organizzatori.