Victims’ Symptom: i media e la percezione traumatica

Victims' Symptom

“Tornai a casa, ma non riuscii a stare fermo. Scesi e iniziai a correre forte, sempre piu forte […] Sentivo che tutto quel sangue visto a terra , perso come un rubinetto aperto sino a spanare la manopola, lo avevo ripreso, lo sentivo nel corpo” (Roberto Saviano, Gomorra, 2006). Si potrebbe definire Roberto Saviano, lo scrittore italiano cresciuto a Napoli e che ha comunicato a scrivere di camorra per rabbia, che ha rivelato segreti scomodi sulla ‘mafia’ napoletana e ora vive sotto protezione, una vittima? Mentre il lettore medio del suo libro, al sicuro perché lontano dal mondo dell’autore, non può evitare di sentirsi “un turista della guerra”, Saviano potrebbe facilmente essere tanto un caso di studio quanto uno dei teorici che partecipano a Victims’ Symptom (Post-Traumatic Stress Disorder and Culture). Il progetto, commissionato come iniziativa speciale per celebrare il primo anno di vita di LabforCulture, analizza il significato di una vittima che e’ sopravvissuta ad un evento traumatico, diventando tanto un testimone quanto un soggetto traumatizzato. L’obbiettivo e’ di fare un passo avanti rispetto alla tradizionale nozione di PTSD, dalla diagnosi psico-traumatica ad un termine sintomatico nei media studies. Il Victims’ Symptom project si basa su testo di Ana Peraica ‘War profiteers in art’ che consiste in una critica alla biennalizzazione e commercializzazione di immagini di vittime in risposta alla mostra di Robert Storr alla Biennale di Venezia 2007. L’intero progetto, accompagnato da testi critici, documentazione, lavori artistici appositamente commissionati e riflessioni del curatore, andrà live su LabfoCulture.org nell’Aprile 2008. I lavori commissionati affrontano il tema in maniera specifica. Ci sono infatti delle domande chiave cui gli artisti e i teorici coinvolti sono stati sollecitati a rispondere (dal testo curatoriale):
- Perché l’immagine di un corpo morto e’ significativa in alcune società mente in altre perde la sua capacità di provocare rabbia o compassione, o addirittura generi comportamenti negativi?
- Perché i mass media preferiscono parlare di numeri di cadaveri, contandoli morbosamente, invece della condizione delle vittime? Fa differenza il numero delle vittime?
- Esiste un paradosso sofistico tra un numero e una massa di vittime? A che punto possiamo cominciare a parlare di genocidio e omicidio di massa? E in che modi siamo influenzati da questi eventi?
I lavori commissionati servono da elementi scatenanti. Il meta-archivio “Landscape 1995” di Marko Peljhan ad esempio esamina la situazione tattica e strategica dei campi di battaglia e dei fronti di Bosnia ed Herzegovina dal 1992 in avanti, con un’attenzione particolare sul caso del piu’ grande massacro europeo dop la Second Mondiale – Srebreniza – dove le vittime erano usate, non aiutate dai media, cosa addirittura negata da alcuni teorici.
L’artista colombiano Mauricio Arango presenta ‘Day after Day’, una cartografia di vittime cosi’ come riportata da diversi services mediatici ondine. Consiste in una mappa del mondo che mostra l’uso della parola “vittima” nelle notizie internazionali.
Il progetto di Andreja Kulunčić’s – Bad News – si focalizza sulla relazione tra pubblico e notizie negative cosi’ come trasmesse dai media su base giornaliera.
Il classico della net.art “My Byfriend came back form the war’ di Olia Lialina e’ rivisitato in una versione web 2.0 da Alejandro Duque che intende costruire, con l’assistenza di uno psicoterapeuta, uno storyboard individuale e specifico di vittime collaterali, per dimostrare che le vittime non sono solo numeri ma storie personali.
Mentre ‘Bringing War Home’ di Martha Rosler riconnette due lati dell’esperienza umana: la guerra in Vietnam e i salotti d’America, che sono stati ipocritamente separati.
Tra i teorici , Stevan Vuković scrive di testimoni attendibili (PTSD e vittime) mettendoci a confronto ancora una volta con il massacro di Sebreniza. Adila Laïdi-Hanieh riflette su come ricostruire una storia individuale della vittima che nella societa’ dei media e’ solo un numero. Un articolo di Sezgin Boynik ricerca come i network di email di attivisti abbia influenzato la produzione della scena artistica in Kosovo alla fine degli anni novanta, mentre Geert Lovink indaga la questione del blogging come terapia. Sarà possibile commentare e discutere questi testi in un dibattito live con gli autori nella primavera del 2008.

Valentina Culatti